sabato 7 maggio 2016

Esordi kafkiani: Dalle rovine di Luciano Funetta




Casa Editrice: Edizioni Tunué
Numero pagine: 128            
Descrizione: “Il collezionista di serpenti Rivera, grazie a un video amatoriale, entra in contatto con l'insolita e seducente scena della pornografia d'arte. Questa esplorazione si trasforma ben presto nella discesa in un abisso popolato da figure oscure, tra le quali spicca un argentino a dir poco enigmatico: Alexandre Tapia. Proprio attraverso la frequentazione di Tapia, Rivera scoprirà un universo di abiezioni private e catastrofi collettive, vittime invisibili e carnefici rimasti impuniti.
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No, non è che io voglia vedere Kafka in ogni opera letteraria che mi capita sotto mano; però cercate di capirmi: nel romanzo di Funetta c’è tanto del mio amato Franz.
C’è nelle ambientazioni labirintiche e claustrofobiche. C’è in alcuni passaggi particolarmente onirici e deliranti. C’è in alcuni personaggi che non possono slegarsi da un destino crudele che sembra averli presi di mira.

“Dalle rovine” è un romanzo d’esordio (sì, avete capito bene: d’esordio) straordinario che ha la capacità di gettare il lettore non nel mondo dell’industria pornografia, come sembrerebbe all’inizio, ma in un vero e proprio incubo da cui non si riesce a riemergere nemmeno quando si è voltata l’ultima pagina. 

La trama in quarta di copertina ci dice tutto quello che dobbiamo sapere, la trama è effettivamente incentrata sull’iniziazione di questo ambiguo personaggio – di cui peraltro sappiamo pochissimo – alla pornografia e, ovviamente, sugli incontri che lo porteranno sempre più lontano da una qulasiasi parvenza di moralità. Se questo vi sembra poco, sappiate che la linearità di questa trama è ampiamente compensata da una caratterizzazione psicologica dei personaggi estremamente accurata, e questo diventa ancor più notevole se si pensa che – come ho detto poco fa – Funetta ci racconta ben poco dei loro vissuti passati. Questo autore si concentra invece sul presente e lo fa con maestria, scivolando abilmente tra le ombre, le perversioni e le convinzioni dei personaggi a cui ha dato vita.

E vogliamo parlare delle voci antropomorfe che accompagnano il nostro caro Rivera? Sono presenti, vivono con lui ogni singolo istante, cercano di consigliarlo, ma in una sola occasione il protagonista è in grado di sentirli.
Chi sono? Fantasmi del passato? Allucinazioni? Spiriti consiglieri? Ad ognuno la sua personale interpretazione, ma una cosa è certa: queste presenze pesano non poco ai fini della narrazione, soprattutto perché sembrano le uniche in grado di capire davvero Rivera. (“Che cosa porto mai sulle spalle? Quali spettri mi pendono intorno?”- Quaderni in ottavo, Franz Kafka).

Gli altri personaggi non sono meno complessi: sono uomini e donne imbruttiti dalla vita, ma che continuano a perseguire il sogno di una “pornografia intellettuale”, una pornografia d’arte priva di qualsiasi volgarità e sempre, sempre innovativa. La realtà come poi si scoprirà è ben diversa e l’ideale sfumerà sempre più fino a dimostrarsi per quello che è effettivamente: una mera fantasia incapace di reggere il confronto con la verità.

Quello che però ho amato di più in questo libro sono le ambientazioni, o dovrei dire LA ambientazione per eccellenza. Una villa in cui i personaggi si muovono e vivono da reclusi, quasi impossibilitati ad uscirne, come se la casa stesse impedisse loro di abbandonarla. Ed è in queste parti che Kafka salta fuori prepotentemente: lo stile cupo, alienato e – a costo di ripetermi – claustrofobico è quello dei migliori racconti dell’autore praghese (“Ho provveduto ad allestire la tana, e pare ben riuscita. Dall'esterno, a dire il vero, non si vede altro che un gran buco, che di fatto non porta da nessuna parte, dato che già dopo qualche passo si cozza contro la roccia naturale, dura e compatta.” – La Tana, F. Kafka), così come il muoversi di Rivera e soci somiglia al brulicare dei topi che il protagonista alleva per sfamare i suoi serpenti: insensato, febbrile, angosciato.

Anche il finale si rivela molto kafkiano: il non detto è predominante, ma ciononostante è lampante come se fosse giorno. E su questo difatti non sono d’accordo con chi dice che le ultime pagine sono inconcludenti e che lasciano l’amaro in bocca: non c’è niente di esplicito, ma questo non toglie nulla al romanzo anzi, oserei dire che questo senso di sospensione ne aumenta il fascino. E poi ripeto: in realtà è molto chiaro come questa storia complessa e fatale vada a finire.

Un’ottima lettura quindi, quasi a parimerito con “Le streghe di Lenzavacche” di Simona Lo Iacono (trovate qui la recensione). E non è un'ottima lettura perché ho trovato tanto di Kafka tra le sue pagine, ma semplicemente perché Funetta sa scrivere. E sa scrivere bene.

VOTO: 4*/5

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